Conoscere e programmare dove si vuole arrivare e come arrivarci è sicuramente un’azione realistica nella costruzione metodologica di ogni tecnico.
A lui si chiedono oltre alla fondamentale capacità di compiere un’adeguata analisi sulle potenzialità del suo gruppo e del singolo, la flessibilità nel fondere la sua azione con i desideri ed obiettivi più o meno espressi da presidenti di circolo e genitori: far crescere un atleta, vincere un campionato, si pongono spesso come elementi di contrasto e distorsivi nello strutturare un piano di crescita e la realizzazione in modo consapevole degli obiettivi.
La possibilità di agire in modo consapevole, restituisce al tecnico la libertà di vagliare in modo critico e secondo criteri di realtà quali obiettivi possono essere perseguiti e quali devono invece essere abbandonati e ancor meglio, come scegliere metodi e strategie appropriati alle caratteristiche peculiari del gruppo e dei singoli a lui affidati al fine di perseguire in modo efficace gli obiettivi prefissati.
Nella definizione degli obiettivi, dovrebbero incidere domande unicamente espresse nella metodologia che il tecnico decide di approntare, come: “qual è la mia idea di tennis” oppure “quali caratteristiche deve possedere l’atleta per interpretare al meglio la mia idea di tennis”, o ancora “come integrare il singolo nel gruppo” e “quali caratteristiche devono essere modellate per strutturare l’atleta”.
Tante altre ancora le domande che compongono il bagaglio di ricerca che il tecnico, nella definizione degli obiettivi, si porrà nella consapevolezza che, nella sua metodologia esista un abbozzo di risposta che parte dalla sua visione globale del sistema tennis per confluire in una serie di strategie indipendenti dalle influenze esterne.
- Postato da Gianluca Zaccara
- 28/1/2009
- 10:49
Nel tennis di oggi i colpi "primari", come il servizio, sono diventati sempre più importanti. Dieci anni fa i giocatori in grado di servire a 200 km/h e eseguire 15 Ace in una partita ne erano pochi.
Ora tra i primi 100 del mondo la percentuale si è notevolmente alzata.
Il servizio è senz'altro il colpo fondamentale che potenzialmente tutti possono sviluppare dato che lo si può allenare indipendentemente dal gioco dell'avversario... mentre scambiare da fondo con un giocatore superiore non permette neppure di esprimere le proprie abilità, quando si è al sevizio dipende tutto da noi.
Partendo come dato di fatto che quindi questo colpo assume un tale rilievo nella crescita tennistica di un giovane, perchè nelle scuole Sat in Italia non gli si da molto peso ne gli si dedica tempo necessario all'insegnamento, ma si preferisce approfondire in maniera smisurata i colpi da fondo: diritto e rovescio?
Spesso e volentieri nei circoli si può assistere a lezioni improntate al 90% sull'apprendimento dei classici colpi correlati da eventuali correzioni e con rispettivi esercizi di varie tipologie ma, comunque, limitati agli stessi colpi...
Successivamente quando i piccoli atleti a conclusione della lezione sono stanchi, vengono incitati a posizionarsi dietro la riga di fondo e 5 da una parte e 5 dall'altra partono i fatitici 10 minuti di battuta, il tempo che manca al termine.
Poi, ci si lamenta e sorprende se nascono piccoli campioni senza un servizio adeguato per il tennis d'elite ma limitati ad usarlo come sola messa in gioco della palla.
Perchè a fronte di grandi miglioramenti sugli altri colpi si ha un evidente buco nero nel servizio?
Evidentemente non si comprende l'importanza assoluta di questo colpo che riveste un'estrema rilevanza e rappresenta una sorta di biglietto da visita per il tennista, il quale se è in possesso di una corretta tecnica esecutiva possiede generalmente una buona competitività in tutto il suo gioco.
Oppure, nonostante si è testimoni del suo peso in un match, non ci si impegna in modo assoluto nel far apprendere un colpo così importante ma altrettanto complesso. Probabilmente essendo ad elevato contenuto tecnico richiede uno spreco di energia nel praticare insegnamenti, correzioni e praticità nell'attuarlo in modo corretto.
In termini fisiologici comporta una elevata coordinazione neuromuscolare per la perfetta esecuzione dei movimenti: per insegnare una esatta percezione della posizione del corpo, con rispettiva precisa sensazione su come il corpo si stia movendo e la possibilità di correggere l'esecuzione stessa.
Ci vuole, innanzitutto, bravura nel saper fare tutto ciò e, poi tanta energia e pazienza per trasmettere ai ragazzi la voglia di impararlo, successivamente di perfezionarlo senza accontentarsi dei minimi risultati.
L'apprendimento di questo colpo si realizza meglio nell'età dello sviluppo e quindi è necessario insistere ore e ore sulla sua teoria e sulla sua pratica, in modo tale che la forza del giocatore si fonderà, di conseguenza, su una notevole sicurezza ed efficacia della sua battuta.
Non è normale che si debba andare in altri paesi per poter analizzare i problemi meccanici e fisici di questo colpo per poi riuscire a risolverli...
Basterebbe un pò più di impegno e volontà...
Emigrare per imparare il servizio? No, grazie...
- Postato da Gianluca Zaccara
- 26/1/2009
- 11:26
Qual’è il ruolo che deve avere lo sport nello sviluppo psicologico dei bambini è uno dei concetti principali e chiari a tutti, tecnici ed educatori sportivi.
Ma sul come gli allenatori e in particolare i genitori, possono aiutare i giovani atleti a crescere con lo sport, pare esserci un notevole divario che non poche volte sfocia in una vera e propria diversa presa di posizione.
Ben lontano dalla concezione dello sport come veicolo di mero protagonismo, per il tecnico la ricerca di strategie necessarie a fare dello sport una palestra in cui esercitarsi alla vita, sembra essere non sempre il risultato condiviso tra quest’ultimo e la figura del genitore.
Certo non sempre tale condizioni si manifesta e se accade non sempre con le stesse modalità e ragioni, ma spesso quello che dovrebbe significare per il bambino una ricerca emotiva volta non ad appagare manie di successo, ma all’arricchimento di tenacia e piacere del gioco, diviene una sfida che riflette in campo gli eventi della vita adulta.
Dunque diviene principale, prima ancora di individuare le metodologie adatte ai giovani atleti, ricercare gli equilibri “parentali” al fine di ottenere quell’ambito risultato che si può tradurre concettualmente nella ricerca contemporanea di un modo che porti i “grandi” ad avvicinare i bambini a loro stessi, carpendone la vivacità nel vivere le sensazioni immediate e, restituire ad essi la capacità dei “grandi” nel piacere del gioco e della spinta agonistica.
Queste due figure essenziali che dovrebbero costituire un punto di riferimento indispensabile per i giovani che si affacciano allo sport e al futuro agonistico, divengono con una certa frequenza, due mondi in contrasto, in disaccordo capaci di travolgere inevitabilmente nei loro meccanismi i ragazzi.
Il giovane atleta riconosce nell’allenatore una guida, una figura da seguire, imitare e rispettare, un messaggio opposto genera un effetto distorsivo in questa relazione se non accompagnato positivamente dagli input parentali.
Purtroppo però, non è difficile assistere a situazioni di pressione, molto più forti del dovuto, esercitate dai genitori negli appuntamenti agonistici ma anche durante le normali fasi di relazione tra loro, dove non manca la pressione psicologica indotta dai comportamenti “compensativi”, “di proiezione” e “sostitutivi”.
Propri questi ultimi risultano essere i più dannosi nel rapporto che il tecnico cerca di costruire col singolo allievo e con il gruppo.
- Postato da Gianluca Zaccara
- 23/1/2009
- 14:05
L'ambiente, le qualità motorie, le motivazioni, sono aspetti fondamentali nella crescita dei giovani atleti.
La capacità di osservazione delle relazioni che si innescano tra questi e altri fattori, danno al tecnico la possibilità di comprendere, prima ancora degli aspetti tecnici, quelli che potenzialmente potranno essere degli atleti validi per il futuro. Spesso, però, si è costretti a dover registrare abbandoni o cali di entusiasmo durante la crescita tennistica, da parte di molti giovani individui agonisticamente promettenti.
Il compito del tecnico dunque, si pone in una particolare posizione rispetto a quanti si avvicinano al tennis: da una parte l’esclusivo compito di osservazione delle qualità proprie del giovane e delle sue predisposizioni all’apprendimento tecnico e, dall’altra l’intelligenza umana nel comprendere le dinamiche di stimolo a cui lo stesso giovane è sottoposto nel suo fare quotidiano. Dunque pare essere quest’ultimo il compito più arduo per il tecnico: preservare l’atleta durante la sua crescita tennistica da quelle che sono le distorsioni provenienti dall’ambiente circostante.
Fondamentale nel bagaglio esperenziale del tecnico la capacità di analisi, fattore esclusivo nella determinazione di tutti quegli input che influiscono nella crescita agonistica del singolo. Un aspetto molto importante e fortemente ricorrente è dato dall’enorme carico imposto dall’ambiente relazionale più vicino all’atleta: la sua famiglia, i suoi amici. In questo caso spesso ci si trova di fronte ad un livello di false motivazioni indotte dal mondo adulto che, col tempo si rivelano, in un processo di soppressione della spontaneità del giovane, con una inevitabile ricaduta negativa sullo sviluppo della sua personalità agonistica.
Quello che dovrebbe essere un gioco volto a favorire la crescita individuale e di conseguenza lo sviluppo tecnico-agonistico dell’atleta in erba, si trasforma in una rincorsa a risultati e prestazioni che nulla apportano alla maturazione del giovane.
- Postato da Gianluca Zaccara
- 22/1/2009
- 16:14