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Alimentazione da atleta

Un'alimentazione troppo abbondante, ricca di carni grasse, salumi, burro, uova ecc., oltre a ridurre il rendimento sportivo, può causare, a lungo andare, gravi danni alla nostra salute. Una delle condizioni fondamentali per praticare bene un'attività sportiva, come il tennis, è quella di una alimentazione corretta. Nel nostro paese abbiamo la fortuna di avere una tradizione alimentare sana, famosa e riconoscibile come “dieta mediterranea” oggi copiata in tutto il mondo. Con questa enorme fortuna alimentare, sarebbe sufficiente attenersi ad essa ed alle sue tradizioni per condurre una dieta bilanciata ed un’alimentazione pulita e sicuramente gustosa. Purtroppo però questo non avviene sempre: nel periodo della crescita i ragazzi preferiscono mangiare semplicemente quello che a loro piace senza tener conto che spesso tali apporti, non si traducono in carburante ideale per affrontare un'attività fisica. In un alimentazione da atleta è importante fornire le sostanze necessarie per mantenere il normale funzionamento dei vari organi e tessuti a riposo; è importante soddisfare le particolari esigenze di un organismo in rapida e continua crescita; è importante rifornire i muscoli impegnati nell'esercizio fisico del necessario, nella quantità indispensabile a sostenere l'intensità dello sforzo. Un giovane tennista che pratica questo sport dovrebbe seguire alcune semplici regole alimentari: il pasto, specie se abbondante, dovrebbe precedere l'allenamento o meglio il match di almeno tre ore per consentire all'apparato digerente di completare il proprio lavoro. Ovviamente è preferibile introdurre nell'organismo alimenti semplici, composti in larga maggioranza da carboidrati complessi (pasta, riso) facilmente digeribili. Inoltre fondamentale nei processi di crescita corporea e nel mantenimento di molte funzioni vitali, è l'introduzione di frutta e verdura che contengono vitamine e sali minerali. Non meno importante è l'assunzione di una adeguata quantità di acqua, durante gli allenamenti o le partite, specialmente se effettuate in condizioni climatiche sfavorevoli (caldo intenso e umidità elevata). Queste semplici regole forniscono quelli che sono i cardini principali sul funzionamento del corpo umano nell'esercizio fisico. Resta inteso che solo una crescita culturale in campo alimentare, possa rappresentare il necessario presupposto perchè il tennis diventi, nei fatti e non soltanto a parole, fonte di salute e di benessere per chi lo pratica.

  • Postato da Gianluca Zaccara
  • 2/2/2009
  • 14:19
  • 1 commento

Maestri

La comunicazione in ambito sportivo

La comunicazione in ambito sportivo può essere intesa come un insieme di situazioni, verbali e non, che si pongono in essere all'interno di un team. Ogni progetto agonistico è finalizzato al raggiungimento dell’obiettivo prefissato ed in questa ottica si inserisce la comunicazione, divenendo la base su cui progettare la struttura di preparazione e allenamento. Nonostante copra un livello di principale rilievo, spesso questo aspetto, viene relegato a fattore secondario se non addirittura trascurabile. Una condizione che, nella maggior parte delle situazione, si viene a verificare, per la inconsapevole incapacità di comunicare da parte di coloro che dovrebbero innescare il processo. Una tale condizione, porrebbe dunque in essere, la necessità di approfondire e specializzare questa attitudine al fine di, mettere in atto un processo fondamentale nel tennis, disciplina caratterizzata dal fattore individualista. L’allenamento risulta essere il momento di incontro comunicazionale tra il maestro e l’allievo, momento in cui si “deve” nell’ottica di un corretto processo comunicazionale, realizzare la capacità di motivare l’allievo a compiere determinati gesti tecnico-tattici. L'abilità del maestro è quella di riuscire a leggere se non ad anticipare i segnali provenienti dal gruppo ed in particolare dagli atleti di cui diviene “riferimento”. Strutturando un processo di questo tipo, si pone in cantiere lo sviluppo di un gruppo di lavoro motivato ed in grado di rispondere in modo chiaro e con profitto agli input diretti dal maestro e dal suo staff tecnico. Una comunicazione in grado di trasferire l’aspetto verbale in visivo, meccanismo necessario durante un match quando l'interazione tra coach e giocatore, deve essere in grado di carpire dall'espressione del suo viso, degli occhi, dello sguardo, lo stato d’animo che lo attraversa, per tentare con altrettante interazioni visive, di modificarlo per ristabilire in modo positivo le condizioni. Inoltre è bene ricordare che, quando si accendono le luci e si apre il sipario l'attore protagonista è il giocatore e solo il giocatore. Il maestro deve rimanere dietro le quinte............

  • Postato da Gianluca Zaccara
  • 31/1/2009
  • 21:16
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Maestri

Definire gli obiettivi

Conoscere e programmare dove si vuole arrivare e come arrivarci è sicuramente un’azione realistica nella costruzione metodologica di ogni tecnico. A lui si chiedono oltre alla fondamentale capacità di compiere un’adeguata analisi sulle potenzialità del suo gruppo e del singolo, la flessibilità nel fondere la sua azione con i desideri ed obiettivi più o meno espressi da presidenti di circolo e genitori: far crescere un atleta, vincere un campionato, si pongono spesso come elementi di contrasto e distorsivi nello strutturare un piano di crescita e la realizzazione in modo consapevole degli obiettivi.

La possibilità di agire in modo consapevole, restituisce al tecnico la libertà di vagliare in modo critico e secondo criteri di realtà quali obiettivi possono essere perseguiti e quali devono invece essere abbandonati e ancor meglio, come scegliere metodi e strategie appropriati alle caratteristiche peculiari del gruppo e dei singoli a lui affidati al fine di perseguire in modo efficace gli obiettivi prefissati.

Nella definizione degli obiettivi, dovrebbero incidere domande unicamente espresse nella metodologia che il tecnico decide di approntare, come: “qual è la mia idea di tennis” oppure “quali caratteristiche deve possedere l’atleta per interpretare al meglio la mia idea di tennis”, o ancora “come integrare il singolo nel gruppo” e “quali caratteristiche devono essere modellate per strutturare l’atleta”.

Tante altre ancora le domande che compongono il bagaglio di ricerca che il tecnico, nella definizione degli obiettivi, si porrà nella consapevolezza che, nella sua metodologia esista un abbozzo di risposta che parte dalla sua visione globale del sistema tennis per confluire in una serie di strategie indipendenti dalle influenze esterne.

  • Postato da Gianluca Zaccara
  • 28/1/2009
  • 10:49
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L’importanza del servizio

Nel tennis di oggi i colpi "primari", come il servizio, sono diventati sempre più importanti. Dieci anni fa i giocatori in grado di servire a 200 km/h e eseguire 15 Ace in una partita ne erano pochi. Ora tra i primi 100 del mondo la percentuale si è notevolmente alzata. Il servizio è senz'altro il colpo fondamentale che potenzialmente tutti possono sviluppare dato che lo si può allenare indipendentemente dal gioco dell'avversario... mentre scambiare da fondo con un giocatore superiore non permette neppure di esprimere le proprie abilità, quando si è al sevizio dipende tutto da noi. Partendo come dato di fatto che quindi questo colpo assume un tale rilievo nella crescita tennistica di un giovane, perchè nelle scuole Sat in Italia non gli si da molto peso ne gli si dedica tempo necessario all'insegnamento, ma si preferisce approfondire in maniera smisurata i colpi da fondo: diritto e rovescio? Spesso e volentieri nei circoli si può assistere a lezioni improntate al 90% sull'apprendimento dei classici colpi correlati da eventuali correzioni e con rispettivi esercizi di varie tipologie ma, comunque, limitati agli stessi colpi... Successivamente quando i piccoli atleti a conclusione della lezione sono stanchi, vengono incitati a posizionarsi dietro la riga di fondo e 5 da una parte e 5 dall'altra partono i fatitici 10 minuti di battuta, il tempo che manca al termine. Poi, ci si lamenta e sorprende se nascono piccoli campioni senza un servizio adeguato per il tennis d'elite ma limitati ad usarlo come sola messa in gioco della palla. Perchè a fronte di grandi miglioramenti sugli altri colpi si ha un evidente buco nero nel servizio? Evidentemente non si comprende l'importanza assoluta di questo colpo che riveste un'estrema rilevanza e rappresenta una sorta di biglietto da visita per il tennista, il quale se è in possesso di una corretta tecnica esecutiva possiede generalmente una buona competitività in tutto il suo gioco. Oppure, nonostante si è testimoni del suo peso in un match, non ci si impegna in modo assoluto nel far apprendere un colpo così importante ma altrettanto complesso. Probabilmente essendo ad elevato contenuto tecnico richiede uno spreco di energia nel praticare insegnamenti, correzioni e praticità nell'attuarlo in modo corretto. In termini fisiologici comporta una elevata coordinazione neuromuscolare per la perfetta esecuzione dei movimenti: per insegnare una esatta percezione della posizione del corpo, con rispettiva precisa sensazione su come il corpo si stia movendo e la possibilità di correggere l'esecuzione stessa. Ci vuole, innanzitutto, bravura nel saper fare tutto ciò e, poi tanta energia e pazienza per trasmettere ai ragazzi la voglia di impararlo, successivamente di perfezionarlo senza accontentarsi dei minimi risultati. L'apprendimento di questo colpo si realizza meglio nell'età dello sviluppo e quindi è necessario insistere ore e ore sulla sua teoria e sulla sua pratica, in modo tale che la forza del giocatore si fonderà, di conseguenza, su una notevole sicurezza ed efficacia della sua battuta. Non è normale che si debba andare in altri paesi per poter analizzare i problemi meccanici e fisici di questo colpo per poi riuscire a risolverli... Basterebbe un pò più di impegno e volontà... Emigrare per imparare il servizio? No, grazie...
  • Postato da Gianluca Zaccara
  • 26/1/2009
  • 11:26
  • 1 commento

Maestri

Il genitore “tecnico”, il tecnico “genitore”

Qual’è il ruolo che deve avere lo sport nello sviluppo psicologico dei bambini è uno dei concetti principali e chiari a tutti, tecnici ed educatori sportivi. Ma sul come gli allenatori e in particolare i genitori, possono aiutare i giovani atleti a crescere con lo sport, pare esserci un notevole divario che non poche volte sfocia in una vera e propria diversa presa di posizione. Ben lontano dalla concezione dello sport come veicolo di mero protagonismo, per il tecnico la ricerca di strategie necessarie a fare dello sport una palestra in cui esercitarsi alla vita, sembra essere non sempre il risultato condiviso tra quest’ultimo e la figura del genitore. Certo non sempre tale condizioni si manifesta e se accade non sempre con le stesse modalità e ragioni, ma spesso quello che dovrebbe significare per il bambino una ricerca emotiva volta non ad appagare manie di successo, ma all’arricchimento di tenacia e piacere del gioco, diviene una sfida che riflette in campo gli eventi della vita adulta. Dunque diviene principale, prima ancora di individuare le metodologie adatte ai giovani atleti, ricercare gli equilibri “parentali” al fine di ottenere quell’ambito risultato che si può tradurre concettualmente nella ricerca contemporanea di un modo che porti i “grandi” ad avvicinare i bambini a loro stessi, carpendone la vivacità nel vivere le sensazioni immediate e, restituire ad essi la capacità dei “grandi” nel piacere del gioco e della spinta agonistica. Queste due figure essenziali che dovrebbero costituire un punto di riferimento indispensabile per i giovani che si affacciano allo sport e al futuro agonistico, divengono con una certa frequenza, due mondi in contrasto, in disaccordo capaci di travolgere inevitabilmente nei loro meccanismi i ragazzi. Il giovane atleta riconosce nell’allenatore una guida, una figura da seguire, imitare e rispettare, un messaggio opposto genera un effetto distorsivo in questa relazione se non accompagnato positivamente dagli input parentali. Purtroppo però, non è difficile assistere a situazioni di pressione, molto più forti del dovuto, esercitate dai genitori negli appuntamenti agonistici ma anche durante le normali fasi di relazione tra loro, dove non manca la pressione psicologica indotta dai comportamenti “compensativi”, “di proiezione” e “sostitutivi”. Propri questi ultimi risultano essere i più dannosi nel rapporto che il tecnico cerca di costruire col singolo allievo e con il gruppo.