
Era passato un anno da quando mi ero trasferito da Udine ad Alessandria. L'impatto in quella nuova città, alla fine, non era stato così male. A scuola tutto sommato mi ero ambientato abbastanza bene. Avevo fatto amicizia con i miei nuovi compagni e a casa mia, in via Bellini, era arrivato un nuovo vicino. Un ragazzo, oddio un bambino di tre anni più vecchio di me. Si chiamava Roberto. E il suo appartamento era esattamente di fronte al mio, sullo stesso pianerottolo. Facemmo in fretta a diventare amici. D'altronde Robi, come rapidamente avevo imparato a chiamarlo, aveva un carattere di quelli che ti metteva subito a tuo agio. Era perfetto per me che ero esattamente il contrario: timido e introverso. Ma Robi mi faceva sentire bene. Ci conoscevamo da poco, ma ci fu subito un grande feeling. Tutti i pomeriggi da quel primo giorno che ci conoscemmo iniziammo a trascorrerli insieme. Nel cortile di casa nostra. Quel benedetto cortile che avrebbe segnato la nostra vita per sempre. Era lì che passavamo la maggior parte del nostro tempo. Lì che ci incontravamo noi tutti bambini di quella piccola tribù condominiale. Era lì che tutti i giorni ci inventavamo nuovi giochi per passare il nostro tempo. Ad Alessandria gli inverni erano non rigidi di più e la nebbia non mancava mai. Le giornate invernali si consumavano rapidamente. Il nostro cortile rimaneva spesso silenzioso e vuoto e con Roberto ci vedevamo a casa mia o a casa sua. E spesso siccome avevo scoperto che Robi era un fenomeno in matematica mi facevo dare una mano per i miei compiti. E' buffa la cosa, ma l' impressione era che quasi gli piacesse aiutarmi e a fare un po' il professore. E comunque anche se ogni tanto mi sembrava esagerasse con quel suo atteggiamento altezzoso e siccome in matematica non ero proprio forte, per me Robi era un angelo caduto dal cielo . Anche gli inverni ad Alessandria fortunatamente passavano. E con l'arrivo della primavera le giornate cominciavano ad allungarsi. E il nostro cortile si ripopolava. La temperatura più mite ci permetteva di giocare fino a tarda sera. E la cosa più bella era quando le scuole finivano. Dopo mangiato alla sera eravamo di nuovo giù tutti inseme a giocare fino a tardi. Ci inventavamo di tutto per divertirci. Giocavamo a palla avvelenata, a calcio, a qualcosa che assomigliava al basket. Non avevamo naturalmente un canestro, così lo disegnavamo sul muro dove finiva il cortile. Un giorno, però, mentre giocavamo a calcio ci si avvicinò un nostro condomino. Si chiamava Zamboni. Il nome credo di non averlo mai saputo. Non so perchè, ma l'abitudine era tra di noi soprattutto a scuola di chiamarci tutti per cognome. Solo tra alcuni di noi c'era il privilegio di usare il nome e non il cognome. Ma comunque quel giorno fu importante. Questo signore ci fermò tutti e ci chiese di provare un gioco nuovo. Eravamo incuriositi. Qualcosa di nuovo che non conoscevamo? Interessante. E Zamboni cominciò a spiegarci un gioco del quale nessuno di noi aveva mai saputo l' esistenza. Era il 1960. La storia di due amici uniti dal tennis era cominciata. Ciao robi ci mancherai.
- Postato da Corrado Barazzutti
- 19/3/10
- 15:04
20/3/10 alle 13:39
Bravo, Capitano!!!! Ricordo migliore non poteva esserci.
Sai, io non ho conosciuto Roberto come lo hai conosciuto tu, ma ti assicuro che l’ho sempre immaginato così come lo hai descritto.
Il suo “occhio dominante” ci guarderà di sicuro.